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Sull'assoluta assurdità dello Stato - Butler Shaffer

Giovedì, 8 Agosto 2013

L’idea che troppo spesso siamo governati da persone disoneste, affariste o persino fuori di testa, le quali usano una “meravigliosa” organizzazione (lo stato) per i loro loschi fini è abbastanza diffusa. Quello che questo saggio si propone è di mostrare che tale idea è completamente fasulla, una illusione a cui fa seguito una ricorrente delusione. Infatti, la presunta “meravigliosa” organizzazione non è altro che un meccanismo assurdo che non solo attrae individui patologicamente affamati di potere ma anche permette, a chiunque abbia raggiunto una posizione di potere all’interno dello stato, di esprimere le sue tendenze distruttrici protetto da un’aura e una convinzione di legittimità. Ecco perché, fino a quando non affronteremo il vero problema (l’assurdità dello stato) e non lo elimineremo (abolendo qualsiasi monopolio nell’uso della forza), la nostra posizione contro i disonesti e i pazzi al potere sarà del tutto futile, con il prossimo losco figuro che semplicemente rimpiazza il precedente losco figuro.


Nel corso della mia vita, Hitler, Stalin, Mussolini, Pol Pot, Mao e Fidel Castro sono stati definiti “pazzi” da numerosi commentatori. Più di recente, Milosevic, Gheddafi, Khomeini e Mugabe hanno ricevuto lo stesso appellativo. E adesso scopriamo che Osama bin Laden, Saddam Hussein e George Bush sono definiti “pazzi” da opposte fazioni, in relazione alla posizione ideologica dell’individuo.

Poiché tali qualifiche sono di solito attribuite a coloro che si sono resi responsabili di morti, torture, o altri atti riprovevoli nei confronti di decine di migliaia di individui, l’appellativo non è affatto immeritato. Coloro che guidano i governi in tempo di pace non sono quasi mai visti come pazzi, per quanto essi possano essere fissati per altri motivi. Ma quando uomini come George Bush intraprendono una strada il cui scopo principale è quello di fomentare la guerra, vi sono ragioni valide per mettere in dubbio la salute mentale di tali persone.

Al tempo stesso, confinare la nostra attenzione sulla condizione mentale squilibrata di tiranni e guerrafondai ha come risultato quello di trascurare la considerazione più importante: la pazzia dello stato stesso. La maggior parte di noi ha a tal punto identificato il proprio essere con l’esistenza dello stato-nazione che noi vediamo qualsiasi grave colpa dello stato come un nostro personale difetto. Questo è il motivo per cui risulta particolarmente doloroso alla maggior parte delle persone quando gli si dice che il loro sistema politico può essere cattivo e assassino alla pari di altri sistemi. Dopo aver indicato ai miei studenti come Franklin Delano Roosevelt manipolò i Giapponesi a tal punto da indurli all’attacco di Pearl Harbor in modo da spingere gli Americani ad essere favorevoli a un coinvolgimento diretto nella Seconda Guerra Mondiale, spesso mi sento dire che “il nostro governo non farebbe mai una cosa simile!” Ciò che è implicito in tale reazione è: altri governi commettono ogni sorta di azioni malvagie, ma non il nostro.

Noi siamo stati condizionati a credere nella desiderabilità e nella necessità dei sistemi politici. La maggior parte di noi se ne viene fuori con l’insulso ritornello che il governo è “un male necessario,” rifugiandosi poi nella convinzione che il sistema adottato nel nostro paese ha praticamente reso impossibile che possa installarsi la tirannia. Gli Americani continuano ad esaltare la Costituzione come una delle “meraviglie” di una società civilizzata, ingannandosi bellamente con il credere che la separazione del governo in tre “rami” [esecutivo, legislativo, giudiziario] abbia, attraverso un’inspiegabile alchimia, trasformato un potere statale intrinsecamente pericoloso e capriccioso in processi estremamente benefici e pacifici.

La realtà è che tutti i sistemi politici sono, di fatto, basati sul monopolio dell’esercizio della forza e non vi è carta costituzionale, formula magica o autorità esterna che possa evitare che un qualsiasi sistema statale espanda la sfera del suo potere, una volta che esso e i suoi sostenitori lo vogliano. Le Costituzioni possono addirittura crescere e moltiplicarsi, abituati come siamo a celebrare i riti, ma il costituzionalismo come sistema formale in grado di limitare il potere dello stato non ha credibilità.

Le carneficine e le angherie che sono stati i tratti distintivi degli stati costituzionali del ventesimo secolo smentiscono del tutto l’efficacia di questo presunto metodo capace di tenere sotto controllo l’esercizio del potere di coercizione. La maggior parte delle persone non sono inclini ad abbandonare le loro illusioni, anche se questa dottrina - unitamente al credere in un “contratto sociale” da cui essa deriva - ha un livello di plausibilità pari a quella che afferma che i re sono tali “per diritto divino.”

La fede nel costituzionalismo proviene da una mancata comprensione della natura di base delle parole: esse sono soggette ad interpretazione. Le parole sono astrazioni e, per questo, non possono mai essere quello che intendono rappresentare. Poiché la maggior parte di noi equipara la parola con la cosa in sé, noi ci accontentiamo nel credere che scrivere parole su un pezzo di carta - o su un papiro, per dargli ancora più valore simbolico - possa in qualche modo assicurare un rispetto permanente per il significato da noi attribuito alle parole quando le scriviamo. Ma, sia che analizziamo gli articoli di una costituzione o cerchiamo la spiegazione di un verso poetico, le parole debbono sempre essere interpretate per essere capite. Il problema che abbiamo con i sistemi politici sorge dal fatto che il “significato” effettivo delle parole in una costituzione statale è determinato dallo stesso stato!

I tribunali, un ramo dello stato, hanno permesso una espansione abbastanza costante dei cosiddetti poteri “limitati” assegnati allo stato, e una definizione restrittiva dei “diritti” che questo modello organizzativo si proponeva per l’appunto di “proteggere.” Lo stato non si sente neppure obbligato ad esercitare i suoi poteri sulla base di quanto stabilito. L’Articolo I, Sezione 8 della Costituzione degli Stati Uniti assegna al Congresso il “potere di dichiarare la guerra,” ma, a partire dall’8 Dicembre 1941, il governo non si è mai preoccupato di rispettare questa formalità nel condurre le numerose guerre e altre attività militari che esso ha intrapreso.

Se lo Stato gode del monopolio nell’uso della forza, e non vi è né strumento né principio che possa limitare la sfera di tale autorità, che cosa ci aspettiamo che facciano gli esponenti del governo con un tale potere? Suppergiù quello che ci aspetteremo da un gruppo di ragazzini se un contenitore pieno di dolci fosse piazzato davanti a loro: prenderne a più non posso! Il loro appetito è ulteriormente accresciuto da quanti vorrebbero godere di tali poteri coercitivi a vantaggio dei loro interessi. Una frenetica corsa all’abbuffata è il risultato immediato, con i vari gruppi che si affollano e si spintonano tra di loro per assicurarsi una più favorevole posizione alla mangiatoia governativa.

Dovrebbe essere evidente a qualsiasi persona che riflette che la politica mette in moto le inclinazioni più subdole e socialmente distruttive che l’umanità conosca. Bugie e inganni, costrizioni e intimidazioni, espropriare con la forza la proprietà altrui, uccidere, mettere persone e gruppi l’uno contro l’altro, imprigionare e maltrattare individui, manipolare e controllare il comportamento delle persone e, soprattutto, l’arrogante pretesa che tale potere è “legittimamente” esercitato da coloro che lo detengono e la condanna morale di coloro che vi resistono.

Di tutti i comportamenti dello stato quello più brutale e disumano è, certamente, la pratica della guerra. Ma la maggior parte di noi è a tal punto incantata dal potere dello stato che, ironia della sorte, questa è l’espressione della sua natura che riceve il massimo dell’ammirazione. Conservatori su cui, solo un paio d’anni fa, si sarebbe potuto fare affidamento per una opposizione forte contro l’innalzamento delle tasse, la discriminazione positiva o l’introduzione di provvedimenti “politicamente corretti,” di colpo sono diventati paladini forsennati della guerra, di qualsiasi guerra, contro qualsiasi soggetto il loro attuale governo identifichi come loro nemico! Da ciò emerge l’espressione più sciovinista dello stato di belligeranza: la bandiera, e tutti coloro che si rifiutano di gridare “urrà!” sono stati bollati come traditori, fiancheggiatori del terrorismo, e persino comunisti!

Recentemente, si stima che circa trenta milioni di persone abbiano marciato in tutto il mondo contro la guerra che l’amministrazione Bush sta pianificando contro l’Iraq. Molti di questi oppositori erano Europei la cui cultura è stata la culla della civiltà occidentale. Eppure, agli occhi dei sostenitori sfegatati della guerra tale opposizione è imperdonabile. Mentre la scimmietta inglese, Tony Blair, è incrollabile nel suo atteggiamento da leccapiedi, molti, forse la maggioranza, dei suoi concittadini sono a favore della pace. Così, sembra, lo sono anche la maggior parte degli Scandinavi, dei Francesi e dei Tedeschi. I commenti al vetriolo scagliati contro i Francesi e i Tedeschi dagli appartenenti al Partito della Guerra sono, forse, il tratto più evidente del carattere osceno di questa amministrazione. Forse, il fatto che queste nazioni abbiano fornito lo scenario di due sanguinosi conflitti mondiali nel corso del ventesimo secolo, ciò rende i loro sentimenti di opposizione alla guerra più credibili che non la stridente chiamata alle armi che esce dalle bocche di coloro che, a Washington, non hanno mai sentito uno sparo vero in vita loro. E io faccio fatica a riconciliarmi con l’immagine corrente di Ebrei che rimproverano aspramente l’attuale governo tedesco di non essere sufficientemente bellicoso!

Nella misura in cui noi ci identifichiamo con lo stato, siamo profondamente disturbati alla vista della natura e del comportamento distruttivo e perverso di tutti i governi - incluso quello sotto il quale viviamo. Lo stato rappresenta il “lato oscuro” del carattere umano e per questo siamo resti ad osservarlo in maniera diretta, per paura di vedere qualcosa di noi stessi riflessa nello stato. Nello sforzo di esorcizzare tali attributi dal nostro sistema politico, noi attribuiamo qualsiasi qualità negativa ad altri contro cui assumiamo una posizione di indignazione morale e pretendiamo che essi siano puniti per le nostre mancanze di carattere. Se gli Stati Uniti hanno prodotto strumenti chimici, batteriologici e nucleari di distruzione di massa, noi siamo pronti ad andare in guerra contro l’Iraq sulla base della presunzione che esso cerchi di procurarsi gli stessi strumenti. L’America condanna la Corea del Nord perché ha missili a testata nucleare, sebbene gli Stati Uniti sia il solo paese della storia che li abbia usati contro popolazioni civili!

Per quanto forte o meritata sia la critica di un qualche regime straniero, coloro che sono a favore dello stato non possono mai permettere che la loro condanna giunga sino al punto da costituire un attacco all’idea stessa dello stato. Se lo stato è da vedersi come un fatto imperativo, allora le continue guerre, i genocidi, la tortura e altre pratiche tiranniche non possono mai essere viste come dati intrinseci allo statismo. Permettere che un simile pensiero possa anche solo attraversare una cellula del cervello equivale a mettere in questione tutta la politica. Se noi nutriamo una venerazione per l’idea dello stato, tutti i massacri e le brutalità commesse persino da despoti stranieri devono essere spiegati in maniera da non compromettere lo schema mentale su cui si regge il potere all’interno. Per raggiungere tali fini, i fautori dello stato fanno ricorso allo strumento psicologico dello “spostamento” che si attua attraverso il trasferimento di una emozione, ad esempio la rabbia, dalla causa originaria ad un sostituto. Si ricorre di solito allo spostamento nel caso in cui sia troppo pericoloso criticare direttamente la fonte che provoca la rabbia. Condannare la politica in maniera sistematica per gli orrori perpetrati dai vari stati-nazione potrebbe mettere in pericolo l’approvazione popolare sulla cui base tutti i governi in definitiva dipendono. Ed è per questo che gli Hitler, gli Stalin, i Mao, i Pol Pot e gli altri tiranni devono essere messi in una categoria diversa e considerati come aberrazioni di un sistema che, altrimenti, è meraviglioso. Quale modo migliore per mettere in atto questo salvataggio dello stato del dichiararli “pazzi,” “persone uscite di senno” che sono riuscite ad arrivare al potere con mezzi diabolici?

Ma non sono i pazzi che trasformano gli stati nei sistemi brutali che essi sono: è lo stato stesso che mette in moto le energie del nostro “lato oscuro” indirizzandole verso pratiche distruttive, un obiettivo che è possibile attuare solo attraverso la nostra decisione di perdere la nostra individualità e di annegarla nel pensiero di massa che è essenziale a tutti i sistemi politici. Nel linguaggio della teoria del caos, lo stato diventa un “attrattore” per tutti i tipi di persone che sono disposte ad usare la violenza e l’intimidazione contro gli altri; persone che sono pronte a sfruttare la natura socialmente patologica di tutti i sistemi politici. Noi non dobbiamo cercare il pazzo per spiegare i genocidi, le guerre, gli attacchi “terroristici” e altre atrocità collettive; dobbiamo invece guardare al fatto che noi perpetuiamo sistemi del tutto assurdi che concentrano quelle forze oscure che, a nostro rischio, noi non riconosciamo o non vogliamo ammettere.

Fonte: Panarchy.org

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